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L'edificio e il suo progetto

Beata Vergine Immacolata alla Certosa
Bologna, zona Certosa, Via Piero della Francesca 3 (già via Certosa 113/16)


Scheda tecnica (fonte CEI 2012):
Progetto: Glauco Gresleri (progetto preliminare con Umberto Daini e Nevio Parmeggiani)
Strutture: Giorgio Conti (calcoli per l'impresa)
Direzione lavori: Genio Civile di Bologna (Luigi Riguzzi), poi Glauco Gresleri
Costruzione: impresa fratelli Donati (direttore cantiere Goliardo Tubertini)
Dipinti e sculture: Giuliano Gresleri
Tabernacolo e vetrate: padre Costantino Ruggeri

Tempi:
- acquisto terreno: gennaio 1955
- incarico di progettazione: giugno 1956
- progetto: 1956-1957
- lavori edili: 1958-1961
- allestimento liturgico e opere d’arte: dal 1960
- inizio delle attività liturgiche: maggio 1959
- inaugurazione: festa dell'Immacolata 1961


Il 'laboratorio bolognese' degli anni dell'episcopato del cardinale Giacomo Lercaro (1952-1968) costituisce l'esperienza più ricca nell'ambito dell'architettura di chiese italiana prima, durante e immediatamente dopo il Concilio Vaticano II. La tensione pastorale di Lercaro si è infatti declinata sia con le sfide urbanistico-sociali, sia con le ricerche liturgiche e artistiche, proponendo occasioni internazionali di riflessione, associate a concrete sperimentazioni nelle periferie bolognesi.

La chiesa parrocchiale della Beata Vergine Immacolata alla Certosa è uno degli episodi più noti: prima chiesa costruita, negli anni che precedono il Concilio, da Glauco Gresleri – uno degli animatori più vivaci del laboratorio bolognese –, è rimasta per 50 anni un punto di riferimento nel dialogo tra la liturgia, la pastorale e la cultura architettonica contemporanea.



Le responsabilità, le scelte
L'episcopato bolognese del cardinal Giacomo Lercaro (1952-1968) rappresenta una stagione di particolare interesse per l'architettura di chiese italiana e internazionale. Intuendo e analizzando la crescita della città, l'arcivescovo patrocina infatti la realizzazione di un piano di intervento organico per dotare le nuove periferie di chiese e centri pastorali, che fossero al tempo stesso attrezzature religiose per le parrocchie e luoghi di qualità per i quartieri e la vita sociale. Il "progetto nuove chiese" si sviluppa quindi a partire dal giugno 1955 con una logica lucida e coerente, che va dall'acquisizione dei terreni alla cura artistica degli aspetti liturgici. Per assumere le scelte necessarie in modo consapevole, la diocesi si dota di un'istituzione preposta a finanziare gli acquisti dei terreni e i cantieri ("Società Casa di Dio"), di un ufficio di coordinamento delle opere ("Ufficio Nuove Chiese"), di uno strumento organico di pianificazione pastorale e tecnica delle nuove parrocchie, ma anche di un Centro Studi ("Centro arcivescovile bolognese di studio e informazione per l'architettura sacra", diretto da Giorgio Trebbi) e di una rivista ("Chiesa e Quartiere" di cui Glauco Gresleri è l’animatore operativo), che potessero garantire il necessario supporto di studio e di riflessione, sia progettuale, sia culturale.
Nel caso specifico, il terreno viene acquistato nel 1955 nel quadro della pianificazione diocesana pastorale ed edilizia, in un'area già popolata e che richiedeva con urgenza una chiesa adeguata: una precedente cappella dal 1938 funzionava come centro della nuova parrocchia, già dinamica nell'animazione del territorio; dal 1947 al 1983 parroco è don Ibedo Vogli.
L'incarico per la progettazione del nuovo complesso viene affidato dal cardinal Lercaro a Glauco Gresleri, architetto ventiseienne che già collaborava con la Sezione Tecnica dell'Ufficio Nuove Chiese e aveva partecipato all'organizzazione del primo Congresso nazionale di architettura sacra, tenutosi a Bologna nel settembre 1955. L'opera viene finanziata con la legge 640/1954, che affidava tuttavia la direzione lavori al Genio Civile; considerata la specificità dell'edificio e la complessità della sua realizzazione, l'ingegnere capo Riguzzi concorda che la direzione lavori resti a Glauco Gresleri, che opererà in stretta sintonia con il parroco e la comunità.



I contesti
Dal punto di vista urbanistico, l'area di intervento 
si trova a ovest del centro storico di Bologna, a sud della via Emilia Ponente. Nei primi anni Cinquanta, si trattava di un quartiere di recentissima urbanizzazione e in espansione, con edilizia a blocchi bassi, circondati da verde pertinenziale. Non era previsto l'addensarsi dell'edificato su spazi di relazione o di servizio, per cui l'isolato trapezoidale destinato alla chiesa parrocchiale poteva diventare l'unico polo di riferimento del quartiere. Il progetto preliminare (1957) definiva la costruzione dell'aula liturgica, delle opere pastorali e di un salone, disposti su pianta aperta attorno al campanile e agli spazi aperti, predisposti sia per l'uso religioso, sia per la frequentazione pubblica: una sorta di "isola paraliturgica" visibile e accessibile dai tre lati (Gl. Gresleri 2010, p. 107). Il lotto, inoltre, viene aperto visivamente verso il santuario della madonna di San Luca, sulla collina bolognese, che diventa la referenza a distanza del progetto e che tuttora costituisce riferimento paesaggistico 
 importante per il sagrato.
Il piano originario è realizzato solo in parte: la casa canonica e le opere parrocchiali vengono parzialmente finanziate dalla legge 2522/1952 ma, per una copertura più completa dei costi, queste ultime vengono inizialmente concesse in locazione come scuole elementari. Il salone sarà realizzato in tempi successivi, da altro progettista in difformità dalle intuizioni iniziali.
Il contesto urbanistico 
si è modificato nei decenni, a causa della realizzazione di nuovi complessi edilizi  con più consistenti volumetrie.
Il contesto progettuale ed ecclesiale in cui il parroco e il progettista si trovano ad operare è di straordinaria vivacità. Sotto l'egida del cardinal Lercaro, Bologna dal 1955 diventa il primo laboratorio italiano di integrazione tra architettura e pastorale: l'attenzione agli aspetti sociali e urbanistici non porta tuttavia a marginalizzare la qualità della ricerca architettonica; la mostra e il primo congresso nazionale di architettura sacra offrono lo scenario più aggiornato e più plurale che si potesse auspicare, e il concorso per la parrocchia di San Vincenzo de Paoli rende operativo nel contesto bolognese il dibattito teorico; esito di tale primo concorso sarà la realizzazione del progetto vincitore di Filippo Monti, mentre secondo e terzo classificato saranno realizzati nelle parrocchie Madonna del Lavoro e Arcoveggio. Glauco Gresleri aveva seguíto, da studente e da neolaureato, la fase istruttoria del congresso e della mostra, affiancandosi al lavoro di Giorgio Trebbi e operando in piena sintonia con Lercaro: dopo aver costruito alcune soluzioni provvisorie per i nuovi centri parrocchiali, è questa la sua prima chiesa, cui seguirà un'ormai più che cinquantennale attività nell'ambito dell'architettura per la liturgia, che porterà alla realizzazione di più di venti chiese.




Il progetto liturgico
Il cuore stesso del progetto è rappresentato dal programma liturgico:
 il cantiere si sviluppa negli anni che precedono l'indizione e l'apertura del Concilio Vaticano II, e l'allestimento dei poli liturgici si protrarrà negli anni successivi, avendo modo di calarsi nello spirito post-conciliare e nei nuovi riti attuativi della riforma.
La ricerca su un impianto "partecipativo" e su una poetica contemporanea sono le due guide del progetto. "Si è dovuto prima studiare, poi capire, poi scegliere, dividere, unire, dare gerarchie diverse, avvicinare e allontanare, portare nella luce e accompagnare in aree di riposo, perché tutto non solo funzionasse secondo i canoni, ma perché l'insieme acquisisse quella situazione spaziale ambientale che risultasse di 'servizio' all'azione liturgica, al punto di poterla rendere luminosa e comprensibile" (Gl. Gresleri 2011)
L'aula ha una pianta quadrata, che viene però ri-articolata secondo una trama complessa di percorsi liturgici, legami visivi e relazioni di prossimità che determinano la ricchezza dello spazio interno ,
pur nella sua assoluta e programmatica semplicità
Lo schema dei percorsi processionali dei diversi riti è uno degli elementi generatori decisivi dello spazio.
L'aula centrale è polarizzata sull'ampia piattaforma presbiteriale, il bema, su cui sono disposti l'altare, l'ambone e la sede del presidente, affiancato dai ministranti. I fedeli sono disposti sui tre lati del presbiterio. Un potente, ma misurato, fascio luminoso concentra l'illuminazione naturale 
sull'altare,  contribuendo in modo sostanziale alla concentrazione spaziale dell'assemblea sul presbiterio; per usare le espressioni care al progettista,
una "spazialità centrata", o una "atmosfera sferica".
 L'attuale presbiterio è stato realizzato in modo definitivo, coerentemente con l'impianto complessivo originario, solo a metà degli anni Ottanta, prevedendo un'ampia area libera antistante all'altare che – pur senza allontanare l'assemblea – consente ai diversi sacramenti e riti di dispiegarsi in uno spazio ampio e accogliente. L'ambone e l'altare emergono dalla pedana come articolazioni che concorrono a definire un 'luogo', e non un insieme di arredi. Da notare la posizione dell'ambone, allineato all'altare, nella posizione di massima visibilità da parte dell'assemblea e sufficientemente arretrato per essere in relazione prossemica anche con le parti più avanzate delle aree laterali.
Un secondo nucleo spaziale è disposto al fondo dell'assemblea, parallelamente alla facciata principale e a destra dell'ingresso principale, in diretta continuità con l'aula principale: si tratta della cappella feriale,  che ospita anche la custodia eucaristica e la statua mariana, ed è dotata di un proprio
 
piccolo accesso diretto, quasi una porta privata o intima, "per la persona che entra silenziosamente e si ritira nel fondo della chiesa" (Ciampani 1961). È interessante rilevare che il legame funzionale e spaziale tra il tabernacolo e il presbiterio genera un "percorso introitale" che lega la cappella (quasi una "chiesa nella chiesa") con l'aula (Gi. Gresleri 2010, p. 81). Al fondo della cappella, in adiacenza dell'ingresso principale ,i vani per i confessionali.










Dalla parte opposta dell'ingresso, lo spazio destinato al fonte battesimale, poi realizzato presso il presbiterio  in un tempo successivo.
L'aula centrale e la cappella feriale possono costituire un unico vano in occasione delle celebrazioni festive, ma restano spazialmente separate,
 connotate dalla diversa quota delle coperture e dai differenti sistemi di illuminazione naturale; per isolare i due spazi è anche prevista la possibilità di diaframmatura, progettata e realizzata in fase successiva.







L'acceso dei fedeli può avvenire da diverse porte ( la principale da est, ma anche da nord e da ovest), la cui relazione segna anche le trame di "attraversamento" della chiesa, nel quadro della complessiva permeabilità del centro parrocchiale, "come a invitare tutti a confluire al centro dove è l'altare" (Ciampani 1961).
In sintesi, come sottolineava mons. Luciano Gherardi nell'opuscolo di presentazione dell'edificio nel giorno dell'inaugurazione, "l'ispirazione liturgica, attinta alle fonti autentiche e primarie e non a rivoli di una vaga e decadente religiosità, è la matrice dell'organismo architettonico" (BVI, 1961).

















Il programma iconografico
Il crocifisso innalzato sopra l'altare nel pozzo di luce costituiva, prima della sua rimozione, un tassello decisivo nella costruzione e nell'orientamento dell'assemblea liturgica: l'opera "neoprimitiva" (Kidder Smith 1964, p. 200) è realizzata dal fratello più giovane di Glauco Gresleri, il ventenne Giuliano (poi architetto, scultore e storico dell'architettura), tracciando la figura del Cristo su tavoloni di quercia, montati dal falegname Neri di Calderara (ora il crocefisso è esposto sulla parete di fondo della cappella feriale). Lo stesso Giuliano incide sui tavolati delle casseforme per il calcestruzzo ideogrammi e scritte devozionali, rimasti impressi nelle pareti dell'edificio.
  
Il tabernacolo
è realizzato da padre Costantino Ruggeri (1961), protagonista del rinnovamento artistico post-conciliare che partecipava attivamente alle attività del laboratorio bolognese (Gl. Gresleri 2005, p. 81).
Nonostante la totale sobrietà dell'architettura, il programma iconografico ha un suo sviluppo coerente. La statua dell'Immacolata, cui è dedicata la chiesa, viene ospitata nella cappella feriale, nel luogo in cui può cogliere "il primo raggio di sole" grazie alla finestra orientata, scavata nella parete di facciata. Solo in alcuni periodi dell'anno liturgico segnati dalla devozione mariana la statua viene collocata a fianco del presbiterio.

Il rapporto tra la luce naturale e la devozione segna anche la collocazione delle statue di sant'Antonio e di santa Rita, in nicchie scavate nella parete e illuminate da
una sottile feritoia, riconoscibili anche dall'esterno. I portali degli ingressi presentano bassorilievi bronzei realizzati dallo scultore trentino don Luciano Carnessali (1928-2003).













Il progetto ambientale
Il rapporto tra la luce e le superfici che racchiudono l'ambiente è l'elemento-guida della poetica di Gresleri, evocatrice degli spazi di culto di Le Corbusier e del razionalismo italiano: l'illuminazione naturale è garantita da una pluralità di fonti dirette e indirette, che fanno piovere la luce sulle asperità dell'intonaco, trattato artigianalmente in modo da avere la matericità dei muri calcinati mediterranei (che consente, peraltro, anche di migliorare l'acustica).
Il pozzo di luce centrale
– eco dei "cannoni di luce" lecorbusieriani, ma anche reinvenzione dell’occhio centrale della camera nuziale del Mantegna – assicura la focalizzazione dello spazio sull'altare, mentre la finestra orientata della cappella feriale illumina di luce radente l'abside con il tabernacolo e la statua mariana.
Le asole perimetrali
tra le pareti e il solaio di copertura garantiscono una luminosità diffusa, sottolineata dai colori delle vetrate, mentre le fessure di luce nelle nicchie accentuano le statue devozionali.

Il diedro sopra la sacrestia porta la luce diretta nell'aula e sul battistero, modulata dalle vetrate artistiche realizzate da padre Costantino Ruggeri (1995), mentre il lucernario sul matroneo fa scendere luce filtrata.
La dialettica tra le superfici intonacate e quelle in calcestruzzo a vista segnala i diversi rapporti tra la semplice trama strutturale portante (quattro telai in cemento armato) e le murature a “nastro” dell'involucro a dare forma agli spazi interni.
Ad esempio, il solaio basso della cappella feriale presenta a vista le superfici del calcestruzzo con le casserature, mentre il solaio alto della navata è rivestito in intonaco fonoassorbente in vermiculite; su alcune pareti in getto cementizio sono leggibili i graffiti incisi da Giuliano Gresleri
nelle casserature, in altre prevale la consistenza materica dell'intonaco plasmato.





















Il progetto ecclesiale
L'immagine di una chiesa aperta, che condivide i travagli sociali del proprio contesto e che si protende verso la vita del quartiere nello slancio dell'evangelizzazione è sottesa al progetto dell'intero complesso, pur se solo in parte realizzato. Nel disegno originario gli spazi aperti, i percorsi e gli attraversamenti sono orientati a essere lo scenario di vita della comunità religiosa e civile, delle celebrazioni all'aperto come dei momenti di festa laica. Lo schema centrifugo di chiesa, casa parrocchiale e salone è il cuore di un disegno al tempo stesso urbanistico ed ecclesiologico. Sebbene il progetto sottolinei la dimensione partecipativa e avvolgente della vita comunitaria, è considerata anche la possibilità di osservare 'dall'esterno', di appartarsi in aree protette, di stabilire relazioni visive personali con il luogo di culto (si pensi alla finestrina, sempre aperta verso il tabernacolo), di soffermarsi sotto il nartece o sotto il portico perimetrale.
Diceva il cardinal Lercaro il giorno ufficiale dell'apertura al culto, nella festa dell'Immacolata del 1961: "Casa del Signore, si stacca sufficientemente dalle case degli uomini, senza peraltro scostarle e creare un urto; casa della famiglia di Dio, la accoglie in ambiente aperto e luminoso per l'adunanza intorno alla cattedra e alla tavola del Padre; ma lascia anche l'angolo discreto e raccolto per un colloquio più intimo e confidente; apre uno spazio largo per gli incontri settimanali, ma consente, per le grandi giornate, uno spazio maggiore; distingue il presbiterio, ma non lo allontana dal popolo; raccoglie in unità l'assemblea, ma consente i movimenti processionali tanto importanti nel loro simbolismo e tanto interessanti per superare una presenza passiva e mortificata. Una sola cosa si desidera ora: che lo spazio sacro risuoni di voci oranti e di canti; e concorra così ad alimentare il vincolo della carità nella famiglia fedele" (BVI, 1961).










Il progetto urbano
All'interno dell'isolato trapezoidale, l'aula liturgica si affaccia verso est, discosta dal filo stradale per consentire un' area di sagrato (aperta verso lo scorcio visuale di San Luca, sulla collina) e di parcheggio. Uno spazio di ingresso è ricavato anche verso nord, verso gli edifici adiacenti, secondo una sorta di "accessibilità naturale" dal quartiere (Gresleri 2011). Il portico circonda il perimetro dell'edificio, connotato dai grandi doccioni per lo scolo dell'acqua piovana dalla copertura piana.
Nella parte ovest dell'isolato il progetto prevedeva la costruzione della casa delle opere pastorali e il salone multifunzionale parrocchiale, intervallati da spazi interagenti con l'intorno, destinati al gioco,
ma anche alle funzioni liturgiche all'aperto, "logica espansione dell'incrocio di strade presso cui il complesso era stato previsto" (Glauco Gresleri, 1988, p. 46). La forza delle intuizioni iniziali è purtroppo attenuata da alcune soluzioni parziali: mentre la casa parrocchiale viene presto realizzata, con un linguaggio diverso dalla chiesa ma coerente con le scelte formali complessive, il salone parrocchiale sarà costruito solo successivamente, per iniziativa del parroco successore di don Ibedo, discostandosi sostanzialmente dal disegno funzionale ed estetico iniziale e occludendo alcune delle trame urbane lasciate aperte.













La prova del tempo: il cantiere della comunità
La logica stessa dell'impianto liturgico e funzionale è aperta verso il dinamismo della vita comunitaria, inscritto nel codice genetico dell'edificio e nel rapporto tra la semplice struttura e l'articolazione dei suoi spazi.
Dopo la conclusione del cantiere edile, alla luce delle riforme post-conciliari, viene realizzato il presbiterio definitivo, con l'altare, l'ambone e la sede del presidente, preceduto da una lunga fase provvisoria (con tavolo in legno) e di sperimentazione "al vero", per verificare la dimensione dell'altare, l'ottimale collocazione dell'ambone, la scelta dei materiali.



Il disegno liturgico complessivo non viene tuttavia, nel tempo, completato: l'ampliamento della sacrestia limita i percorsi perimetrali all'assemblea, il luogo del battesimo viene avvicinato al presbiterio e nello spazio originariamente destinatogli vengono installati confessionali (sia tradizionali, sia dialogici), dismettendo l'originario "luogo del perdono" a sinistra dell'ingresso principale.
Il fonte, di disegno e materiali coerenti con la pedana presbiteriale, è collocato su una posizione arretrata rispetto al bema, in prossimità del diedro vetrato sulla sacrestia.

Nello spazio destinato al coro, presso la parete incurvata per riflettere le onde sonore, viene installato un grande organo, oggetto di donazione, associato a un allestimento permanente per la disposizione della schola.
Le vetrate di padre Costantino Ruggeri hanno rimodulato il flusso luminoso, determinando una nuova cromia dello spazio interno e dei riverberi delle vetrate.





Altri più minuti interventi sono stati realizzati discostandosi dallo spirito stesso della coerenza dell'insieme; ad esempio, il crocifisso sospeso sull'altare è stato rimosso, ed è ora risistemato sulla parete di fondo della cappella feriale, in attesa di una sua auspicabile ricollocazione (clicca qui per maggiori dettagli).
In occasione del 50° dell'inaugurazione della chiesa, è stata realizzata una nuova acquasantiera presso l'ingresso principale, predisposta anche per consentire ai bambini di raggiungere da soli l'acqua benedetta.