IL CAMMINO RIPRENDE
Le vacanze sono ormai alle nostre spalle; la ferialità è entrata come sempre, in modo più o meno violento, nella vita di tutti noi.
Per i più giovani la scuola, l’università; per l’adulto il lavoro; per chi è sposato la vita di famiglia: correre a far la spesa, a pensare alle bollette da pagare, la corsa più o meno frenetica nel portare i propri figli dalla scuola alla palestra, dalla palestra al catechismo,.. e poi i compiti. Per non fermarsi a pensare a chi assiste genitori anziani, a chi corre da un ospedale ad una casa di riposo per un saluto e una parola a chi è caro alla propria vita.
La ruota della ferialità si ripresenta di volta in volta con le sue gioie e le sue preoccupazioni; con la voglia di evadere e con il dovere di rimanere in una realtà che di fatto si percepisce come la nostra vita.
Anche la parrocchia corre con le sue tante attività che riprendono: riprendono i bimbi del catechismo, i più giovani con il post-cresima, i giovani con i loro incontri e le loro iniziative; riprendono gli adulti con i loro appuntamenti più o meno presenti lungo l’agenda dell’anno.
Il cammino riprende e guai se non fosse così! Il cammino è necessario per poter procedere lungo il corso del tempo: è un cammino mentale, non fisico (anche se di fatto spesso si corre da un posto all’altro). Si cammina nella vita: con le gioie di una nuova nascita, con l’entusiasmo e la tenerezza di un amore sbocciato, con la frenesia di un nuovo lavoro, con la gioia degli amici ritrovati, del calore della propria casa, nel vedere i propri figli crescere poi sposarsi, con il vedere che la vita costruisce un poco o un tanto. Ma si cammina anche facendo nostre e accogliendo quelle piccole o grandi amarezze dell’esistenza che circondano il cuore umano: i lutti, i tradimenti piccoli e grandi di amici o famigliari, le delusioni di progetti e aspettative che si percepiscono scemare nel baratro dell’illusione. Si cammina anche con questo!
Eppure tante volte si percepisce nell’aria, nel confrontarsi con le persone, che questa vita sembra immobile, noiosa, ripetitiva: non certo un cammino.
Perché? Perché tutto ciò appare in alcuni momenti dell’esistenza, che per alcuni sono ormai cronici, che questo non sia un camminare, un procedere? Perché giovani e adulti sembrano rincorrere l’illusione della novità, la ricerca affannata di qualcosa di particolare e determinante nella propria esistenza che dia la sensazione forte di stare andando avanti? Perché?
Sarebbe bello che si trovasse il coraggio di fermarsi seriamente e pensare per un po’ di tempo al perché delle cose; al perché spesso percepiamo questa “immobilità in movimento”, vale a dire un correre quotidiano ma unicamente fisico e non interiore.
Forse, mi viene da pensare, perché abbiamo perso il significato dell’eterno della nostra esistenza; abbiamo perso una meta che dona al nostro agire un sapore più profondo, più autentico e maggiormente umano.
“Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo” dice Gesù; e lo dice ai suoi discepoli, ai suoi amici, a coloro che per le strade di Palestina lo accoglievano come qualcuno che “batte moneta” che non ripete qualcosa di altri ma dice qualcosa di nuovo. In questo nostro odierno contesto l’essere luce e sapore del mondo potrebbe proprio essere quello di vivere quella apparente alienante ferialità come un cammino più o meno faticoso verso l’eterno della nostra esistenza. Allora potrebbe essere interessante che ogni gioia fosse vista come una carezza di Dio, un incoraggiamento che porta a nuova speranza; allora potrebbe essere interessante che ogni sofferenza fosse vista come un insegnamento nuovo che vuole fare crescere il mio cuore in modo più robusto; allora potrebbe essere interessante vedere la vita come un cammino verso Colui che mi ha amato da sempre, un cammino che giorno per giorno è costruito con quello che la quotidianità della vita ci pone davanti; un cammino che porta ad una meta: il mio amato. Davvero bello sarebbe vedere la morte come la consegna di una vita a Colui che non tradisce, a Colui che mi ama, a Colui che non lasciandomi solo in questa vita terrena, misteriosamente mi accompagna, mi sostiene, mi fortifica anche attraverso le grandi o piccole fatiche.
Forse vivere in questo modo sarebbe già una prima occasione per apparire, da quelli di casa a quelli fuori, come qualcuno che vive la vita con un sapore nuovo; divenendo una piccola luce di speranza. Bello sarebbe tornare a casa ogni giorno e guardare i soliti volti come volti nuovi; bello sarebbe incontrare i volti dei propri amici e colleghi con quel sano tremore del primo incontro; bello sarebbe fare di ogni giorno un giorno nuovo.
Di questa luce e di questo sapore c’è bisogno in un mondo che sempre più ci sta omologando e perdendo di sapore vero.
Occorre però riconoscere che da soli si fa fatica a vivere tutto questo, che da soli ci si propone tanto ma poi l’esperienza vede la stanchezza e il torpore. Allora occorre imparare a riscoprire il valore della preghiera e del silenzio per poter andare ad attingere dall’Eterno Signore il percepire del mio camminare.
Magari le nostre chiese venissero visitate ogni giorno per qualche minuto, magari si riscoprisse la partecipazione feriale dell’Eucarestia, magari la Parola di Dio fosse quotidianamente letta e pregata. Eppure basterebbe poco, non nel trovare il tempo, ma nel comprendere che se vogliamo dare un significato alla nostra vita, dobbiamo metterci unicamente davanti a Colui che questa vita la riempie di senso e la conduce verso la Sua Eternità.
E poi… ci saranno sempre coloro che continueranno a correre senza camminare; ci saranno sempre coloro che ricercheranno l’illusione della novità; ci saranno sempre coloro che vorrebbero ma non trovano il tempo; …ognuno è chiamato a rispondere di se stesso: il Signore ti chiede di essere sale, a te il compito di non perdere il sapore della tua esistenza.
Buona ripresa del tuo cammino
don Mirko Corsini
